Silvia Reginato

experimental blogging

Archive for marzo 2012

Gauss “de noantri”

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Dal dover scrivere un’intervista “impossibile” con un matematico, l’idea di cimentarmi con un pò di grafica. Liberamente ispirata dalle pagine di un noto quotidiano! Non preoccupatevi, è un fake! 🙂 Carl Gauss! (se volete leggerlo tutto, doppio click sull’immagine e  aprite in una nuova finestra).

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Written by Silvia Reginato

marzo 29, 2012 at 3:21 pm

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Omeo-stalgia, omeo-magia!

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Che l’acqua sia fonte di vita non è oggetto di discussione. Possiamo sopravvivere solo pochi giorni senza bere. D’altronde siamo composti per il 65% di acqua. Quindi acqua a garganelle per tutti.

Che l’acqua possa guarire ulcere, cefalee, ipertensioni, depressioni e cosi via è invece campo di aspre battaglie, anche legali, tra  sostenitori della medicina tradizionale e sostenitori dell’omeopatia.

Metto esplicitamente le mani avanti (e me le lavo anche un pochino, visto che di acqua si parla) dicendo che non ho la pretesa di aggiungere valore o complessità ad un dibattito senza vincitori né vinti. Mi limiterò a rifare qualche calcolo, già fatto in altre sedi, con l’obiettivo di indurre una piccola riflessione in chi, magari, su queste cose non  abbia già riflettuto. Mi concedo però un piccolo inciso personale, un sottile atto di rispetto dovuto agli anni spesi a studiare e a fare “scienza”. Se ho il mal di testa ringrazio il paracetamolo, se ho il raffreddore sono una fan dell’acido acetil-salicilico e se ho un’infezione m’innamoro degli antibiotici.

Ma che cos’è l’omeopatia? Nata nei primi dell’Ottocento da un intuizione del medico tedesco Samuel Hahnemann (la storia è ben spiegata altrove), l’omeopatia si basa sul principio un po’ nostalgico della memoria dell’acqua. Principi attivi derivanti dal mondo animale, vegetale o minerale vengono diluiti in acqua tramite diluizioni seriali centesimali (1 parte di soluzione madre in 100 parti di acqua). Il numero di diluizioni a cui va incontro un prodotto omeopatico prima di arrivare sul mercato può essere anche di 30, e in quel caso il prodotto viene definito C30. Quindi, riassumendo, molecole diluite alla centesima parte anche fino a 30 volte. Diluizioni, quindi, dell’ordine del miliardo di miliardo. Così facendo, si perde la tossicità del principio attivo ma il suo imprinting terapeutico rimane impresso nelle molecole d’acqua che, un certo numero di diluizioni fa, ne sono venute a contatto.

Avogadro ha messo un po’ i bastoni tra le ruote dell’omeopatia introducendo il principio, riconosciuto come valido nel 1860, che una grammomolecola di qualunque sostanza contiene un numero N di molecole, pari a 6,022 x 1023(sessantamiladuecentoventi miliardi di miliardi di molecole). Non serve essere delle beautiful minds per capire che, indipendentemente dal principio attivo in questione, ad ogni ciclo di diluizione il numero di molecole scende di due ordini di grandezza. Quindi se vi state curando il mal di denti con un prodotto omeopatico 12C, riflettete gente, nella boccetta che stringete tra le mani ci sono solo 0,6022 molecole dell’originale sostanza curativa. Numeri da capogiro. Se poi state pensando di alleviare i vostri sintomi influenzali con un delle gocce 30C, siate consapevoli che si tratta di acqua diluita con altra acqua e poi ancora con altra acqua che ha incontrato l’ultima solitaria molecola di principio attivo ben 18 cicli di diluizione fa. Poco cambia se si opta per delle compresse al posto delle gocce. Solo zucchero, niente sostanza. La riflessione dovrebbe diventare ancor più profonda se si pensa ai prezzi di vendita di questi prodotti. Vien voglia di aprire il rubinetto di casa e farsi una sana bevuta. Costa decisamente molto meno ed è, con buona pace degli omeopati convinti, la stessa cosa.

I sostenitori dell’omeopatia riportano ovviamente delle spiegazioni molto dettagliate sul perché fa bene e funziona. A me il dubbio resta. Omeo-patia o omeo-magia?

Crediti immagine: Flickr (Aldoaldoz)

Written by Silvia Reginato

marzo 27, 2012 at 7:36 am

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Virus simpatici e dinosauri approfittatori

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 Se qualche mese mi avessero detto che un giorno avrei scritto anche una sola frase su di un dinosauro mi sarei fatta una sonora risata. Qualche mese fa le mie giornate erano scandite da appuntamenti poco galanti con virus simpaticoni che facevano crescere nuovi vasi sanguigni nelle zampine di topi molto meno simpatici. E questo era quello che scrivevo. Nella mia “to read list” c’era un piccolo Everest di pubblicazioni altamente (e diciamocelo, decisamente troppo) specifiche, nota bene, tratte da riviste con con un Impact Factor non piu’ basso di 7.

Adesso, mi capita di scrivere anche di dinosauri. Ma il tema di ieri era LHC, quello di domani sarà Carl Gauss. La pila di letture che mi attendono è composta per lo piu’ di giornali e/o inserti dove si parla a grandi linee di scienza. Sto imparando a dire le cose importanti in due frasi, e a raccontare una storia in 1500 battute di tastiera. Le 7000 parole di un paper scientifico mi sembrano ora decisamente superflue. Parlo via mail, via blog, via Facebook, via Twitter e (spero presto) via infografiche. Cerco di mettere le 5 W all’inizio di ogni mio discorso e mi infastidisco quando chi mi parla non lo fa. Se prima era complicato spiegare ai miei nonni cosa facevo, adesso è decisamente impossibile. “Silvia,  zia Concetta mi ha chiesto cosa fa mia nipote e io non ho saputo rispondere”. “Nonna, dille che vado a caccia di dinosauri digitali”.

Crediti immagine: MAEDios (Flickr)

Written by Silvia Reginato

marzo 10, 2012 at 8:32 am

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LHC e asciugacapelli

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Che non fosse proprio di poche pretese energetiche è abbastanza intuibile. Il nome stesso, Large Hadron Collider (LHC), richiede una certa dose di energia per esser pronunciato. Parliamo ovviamente dell’acceleratore di particelle più potente e più grande al mondo, entrato in funzione nel 2009 al CERN di Ginevra. Diamo un po’ di numeri. Lungo 27 chilometri, possiede 9600 magneti che, una volta in funzione, vengono raffreddati fino ad una temperatura di -271.3°C. Per realizzarlo si sono intrecciati 270.000 Km di cavi superconduttori, pari a circa 6 volte la circonferenza della Terra. I suoi 150 milioni di sensori raccolgono dati alla velocità di circa 1.3 GB/s, abbastanza da riempire una pila di CD alta 20 km in un anno.

Ovviamente di fronte alla possibilità di svelare i segreti più reconditi dell’Universo, di studiare la materia, l’antimateria e di trovare il tanto agognato bosone di Higgs, si fa un po’ la figura dei materialisti, per non dire proprio dei nemici della scienza, a chiedersi quanto può consumare questo miracolo della tecnologia. Ebbene, facciamolo! Chiediamoci quanto consuma LHC.

Fonti ufficiali dicono che la potenza assorbita dall’intero CERN quando LHC è in funzione è di 230 MW, di cui 120 se li pappa LHC. Considerando che un reattore nucleare  produce 1600 MW, si può pensare che consumare 13 volte in meno di quanto produca una centrale nucleare sia, in fin dei conti, piuttosto economico. I più attenti potrebbero però far notare che per far funzionare LHC sarebbe necessario mettere in funzione 80 turbine eoliche, visto che ciascuna produce 1.5 MW. Considerando che LHC funziona “solo” per circa 270 giorni all’anno, per esplorare i segreti dell’Universo servono circa 800 GWh  ogni anno. Paragonandolo col consumo delle case del Canton Ginevra, che corrisponde circa a 11TWh ogni anno, si può concludere che  accelerare protoni quasi alla velocità della luce per un anno costa il 13% di quello che spendono tutti i ginevrini in energia.

Ancora però non mi è chiaro se LHC consumi poco o tanto. Non essendo io esperta di energia, tanto da trovarmi in difficoltà quando devo comunicare la lettura dei miei consumi all’ente preposto di turno, guardo i numeri snocciolati sopra ma non riesco ancora a capacitarmi dei consumi dell’LHC. Sapere se consuma più o meno di un reattore nucleare o di una pala eolica di certo non mi aiuta. Mi servirebbe un paragone più terra terra, di quelli illuminanti. Qual è l’oggetto consuma-energia più usato da una donna? (non faccio questioni di genere ma essendo colei che scrive in questo momento un’esponente del gentil sesso è più facile!). L’asciugacapelli, ovviamente. Quanto consuma un asciugacapelli? In media 1 kWh. Considerando che una donna lo usa per circa 3 volte a settimana per 20 minuti, per un totale di un’ora a settimana, in un anno un asciugacapelli consuma 52 kWh. Ciò significa che con quello che consuma LHC in un anno, si potrebbero asciugare i capelli 15.390.000 donne, donna più, donna meno. Oppure si potrebbero far funzionare 3.800.000 lavatrici per due volte a settimana o far funzionare 61.000.000 tostapane per 2 minuti al giorno.  Ora mi è tutto più chiaro. LHC consuma davvero tanto!

Written by Silvia Reginato

marzo 1, 2012 at 6:09 pm

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