Silvia Reginato

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Omeo-stalgia, omeo-magia!

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Che l’acqua sia fonte di vita non è oggetto di discussione. Possiamo sopravvivere solo pochi giorni senza bere. D’altronde siamo composti per il 65% di acqua. Quindi acqua a garganelle per tutti.

Che l’acqua possa guarire ulcere, cefalee, ipertensioni, depressioni e cosi via è invece campo di aspre battaglie, anche legali, tra  sostenitori della medicina tradizionale e sostenitori dell’omeopatia.

Metto esplicitamente le mani avanti (e me le lavo anche un pochino, visto che di acqua si parla) dicendo che non ho la pretesa di aggiungere valore o complessità ad un dibattito senza vincitori né vinti. Mi limiterò a rifare qualche calcolo, già fatto in altre sedi, con l’obiettivo di indurre una piccola riflessione in chi, magari, su queste cose non  abbia già riflettuto. Mi concedo però un piccolo inciso personale, un sottile atto di rispetto dovuto agli anni spesi a studiare e a fare “scienza”. Se ho il mal di testa ringrazio il paracetamolo, se ho il raffreddore sono una fan dell’acido acetil-salicilico e se ho un’infezione m’innamoro degli antibiotici.

Ma che cos’è l’omeopatia? Nata nei primi dell’Ottocento da un intuizione del medico tedesco Samuel Hahnemann (la storia è ben spiegata altrove), l’omeopatia si basa sul principio un po’ nostalgico della memoria dell’acqua. Principi attivi derivanti dal mondo animale, vegetale o minerale vengono diluiti in acqua tramite diluizioni seriali centesimali (1 parte di soluzione madre in 100 parti di acqua). Il numero di diluizioni a cui va incontro un prodotto omeopatico prima di arrivare sul mercato può essere anche di 30, e in quel caso il prodotto viene definito C30. Quindi, riassumendo, molecole diluite alla centesima parte anche fino a 30 volte. Diluizioni, quindi, dell’ordine del miliardo di miliardo. Così facendo, si perde la tossicità del principio attivo ma il suo imprinting terapeutico rimane impresso nelle molecole d’acqua che, un certo numero di diluizioni fa, ne sono venute a contatto.

Avogadro ha messo un po’ i bastoni tra le ruote dell’omeopatia introducendo il principio, riconosciuto come valido nel 1860, che una grammomolecola di qualunque sostanza contiene un numero N di molecole, pari a 6,022 x 1023(sessantamiladuecentoventi miliardi di miliardi di molecole). Non serve essere delle beautiful minds per capire che, indipendentemente dal principio attivo in questione, ad ogni ciclo di diluizione il numero di molecole scende di due ordini di grandezza. Quindi se vi state curando il mal di denti con un prodotto omeopatico 12C, riflettete gente, nella boccetta che stringete tra le mani ci sono solo 0,6022 molecole dell’originale sostanza curativa. Numeri da capogiro. Se poi state pensando di alleviare i vostri sintomi influenzali con un delle gocce 30C, siate consapevoli che si tratta di acqua diluita con altra acqua e poi ancora con altra acqua che ha incontrato l’ultima solitaria molecola di principio attivo ben 18 cicli di diluizione fa. Poco cambia se si opta per delle compresse al posto delle gocce. Solo zucchero, niente sostanza. La riflessione dovrebbe diventare ancor più profonda se si pensa ai prezzi di vendita di questi prodotti. Vien voglia di aprire il rubinetto di casa e farsi una sana bevuta. Costa decisamente molto meno ed è, con buona pace degli omeopati convinti, la stessa cosa.

I sostenitori dell’omeopatia riportano ovviamente delle spiegazioni molto dettagliate sul perché fa bene e funziona. A me il dubbio resta. Omeo-patia o omeo-magia?

Crediti immagine: Flickr (Aldoaldoz)

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Written by Silvia Reginato

marzo 27, 2012 at 7:36 am

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